Edward Munch e
l'espressionismo
Nasce nel 1863 a Loten, in Norvegia e, come lui stesso disse: “Nella casa della mia infanzia regnavano malattia e morte. Non ho mai superato l’infelicità di allora […] così vissi coi morti.” Infatti, la madre muore che lui aveva solo 5 anni e perde anche una sorella quindicenne, che non sopravvisse alla tubercolosi.
Si capisce perché il tema della morte non lo abbandonerà mai e, assieme a questo, un senso di instabilità, di infelicità che niente e nessuno potrà mai calmare. Poco più che ventenne dipinge Bambina malata (1885/86), un quadro che venne rifatto, ricostruito e cancellato moltissime volte:
“Quando vidi la bambina malata per la prima volta – ebbi un’impressione che scomparve quando mi misi al lavoro. Ho ridipinto questo quadro molte volte durante l’anno – l’ho raschiato, l’ho diluito con la trementina – ho cercato parecchie volte di ritrovare la prima impressione – la pelle trasparente , pallida contro la tela – la bocca tremante – le mani tremanti. Avevo curato troppo la sedia e il bicchiere, ciò distraeva della testa. Guardando superficialmente il quadro vedevo soltanto il bicchiere attorno. Dovevo levare tutto? Non serviva ad accentuare e dare profondità alla testa. Ho raschiato attorno a metà, ma ho lasciato della materia. Ho scoperto così che le mie ciglia partecipavano alla mia impressione. Le ho suggerite come delle ombre sul dipinto. In qualche modo, la testa diventava dipinto. Apparivano sottili linee orizzontali – periferie – con la testa al centro. Finalmente smisi, sfinito, avevo raggiunto la prima impressione.”
Questo quadro è la chiave di tutto la sua pittura. Raccoglie il tema della morte, dell’incomunicabilità nel dolore, la sofferenza e la solitudine. Ma ci aiuta ad addentrarci anche nell’idea stilistica di Munch: il suo intento è quello di riportare un’impressione avuta, del tutto personale e non oggettiva, sentita nel suo intimo durante la visione di una situazione emotivamente coinvolgente.
Nonostante ci metta tutto il cuore e tutta la sincerità, il dipinto non piace assolutamente e neanche gli amici lo capiscono. Per poter vincere una borsa di studio, decide per un compromesso La primavera (1889), un quadro più di sapore romantico e tradizionale. Ma già con Notte d’estate (1889), un ritratto di sua sorella Inger realizzato pochi mesi dopo, si capisce a cosa tende la sua pittura. La primavera gli fa raggiungere il suo scopo, ottenendo la borsa di studio per andare a Parigi.
La capitale è stimolante e ansiogena allo stesso tempo, ha modo di conoscere i pittori francesi, di studiarli e di osservarne la novità. Ma il suo vissuto non lo abbandona: quando è ancora residente in Francia, lo raggiunge la notizia della morte del padre. Munch aveva avuto un rapporto abbastanza conflittuale con il genitore e la sua morte lo coglie impreparato, anche dal punto di vista morale.
“Non so cos’altro fare se non lasciare che la mia pena invada l’alba e il tramonto. Resto solo con milioni di ricordi che son milioni di pugnali che mi lacerano il cuore – e le ferite restano aperte. L’aria è grigia e pesante sui tetti, la luce svanisce così presto... tutto si disegna come un profilo d’ombra sul vetro. Fuori, la neve copre con strati sottili camini e tetti”.
La vita gli ha portato via un altro affetto, un altro tassello di quella famiglia già così colpita è venuto a mancare. Munch non può che rifugiarsi nella pittura, trasponendo queste impressioni sulla tela. Notte a Saint Claud (1890) è un’immagine del pittore stesso, ma può anche essere un ritratto del padre che soleva fumare proprio davanti alla finestra. Le ombre indicano il fugace passaggio dell’esistenza su questo mondo, la finestra, non ha caso, presenta due croci.
I suoi interni sono pesanti e significativi: “Non si possono più dipingere interni con uomini che leggono e donne che lavorano a maglia. Si dipingeranno esseri viventi che respirano, che lavorano, soffrono e amano. Sento che lo farò, che sarà facile. Bisogna che la carne prenda forma e che i colori vivano”.
Assolutamente esplicativo già solo nel titolo è Melanconia (o sera) (1891); un uomo immerso nei suoi pensieri mentre contempla il mare. Ma c’è da chiedersi se sia effettivamente di fronte a questo paesaggio oppure trattasi di una sua evocazione, una trasposizione dei suoi pensieri tristi e cupi. La sua linea è comunque sinuosa e mai spigolosa, quasi ad entrare in relazione con lo spettatore che viene coinvolto dal paesaggio e dai colori. Certamente, Munch prende spunto da situazioni reali che in lui suscitano pensieri e riflessioni talmente forti che sono in grado di deformare la realtà; di darle un valore personale.
Via Karl Johan dipinta da un altro artista non produrrebbe le stesse sensazioni, sarebbe profondamente diversa da Sera sulla via Karl Johan (1892) di Munch. Ancora una volta, non c’è niente di meglio delle sue parole per capirlo: “…le lampade elettriche bianche e i becchi a gas gialli- con migliaia di volti estranei che alla luce elettrica avevano l’aria di fantasmi.” Da queste parole si spiega il processo per cui tutti i soggetti del dipinto sono raggrumati in una massa sonnambula, quasi neanche umana, sicuramente e straniera: non proveniente da un’altra nazione ma straniera nei pensieri, nelle azioni, nella modo di vivere. Un’unica figurina si distacca, è l’artista è il solitario ma non è detto che si salvi.
E’ l’ambiente in cui vive Munch: Oslo era una città puritana e borghese che, dalla metà degli anni 80 viene sconvolta da bohemiens: scrittori, letterati, poeti e pittori che cercano di prendere le distanze da quel tipo di realtà omologata, da un’epoca in cui si afferma con enfasi l’autonomia ma, di fatto, si punta all’omologazione in pensieri, opere e ommissioni. Ogni possibilità di realizzazione personale è minata dall’incertezza e rischia di essere fagocitata. Ovviamente, quest’inadeguatezza e distanza genera ansia: e l’individuo, perduto il controllo su ciò che lo circonda, sente incontrollabile anche la propria vita interiore. Un soggetto sensibile, come è un artista, non può che fare di questo tema il perno della sua arte che descrive come l’ansia invade ogni aspetto della sua vita. E’ un processo difficile e, per di più, Munch sembra sopraffatto dagli eventi e non riesce a dominare la sua angoscia.
L’esempio più eclatante e, forse, il primo tassello di un vero e proprio espressionismo è il dittico Disperazione e Il grido (1892/1895): “Camminavo lungo la strada con due amici. Il sole tramontava – il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai. Mi appoggiai stanco morto a un parapetto. Sul fiordo neroazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura. Sentii un grande urlo infinito che attraversava la natura.” E’ una giornata tranquilla, quando tutto comincia a deformarsi. Tutto nella testa dell’artista. Dapprima il paesaggio, che si insanguina e diventa un turbine pronto a risucchiare anche chi guarda, e poi lui stesso. Alla fine, nel Grido, vediamo un umano, ne uomo ne donna, disperato e angosciato che si tappa le orecchie per non sentirsi e per non sentire il mondo. Sotto le nuvole rosse, Munch scrive che “poteva essere dipinto solo da un pazzo.”
Nel 1920, quando Bahr cercherà di definire l’espressionismo dirà: “L’uomo chiede urlando la sua anima, un solo grido d’angoscia sale dal nostro tempo. Anche l’arte urla nelle tenebre, chiama al soccorso invoca lo spirito: è l’espressionismo”.
Chiude il cerchio la tela Angoscia (1894), sul medesimo ponte un’orda di alienati esseri mostruosi e inquietanti marciano senza meta e senza punto di partenza.
Ma se c’è chi sembra senza meta, c’è anche chi ha un obiettivo: scappare. Le donne de La tempesta (1893) fuggono tappandosi le orecchie per il vento della tempesta in arrivo o dalla casa sullo sfondo? Quella casa che sembra viva, con finestre accese e vigili, quasi sfregiata dall’albero?
E l’uomo de La vite rossa, di cui vediamo solo il primo piano, perché si allontana da quella casa quasi infuocata o insanguinata?
L’ansia che pervade l’uomo sensibile tocca ogni aspetto della sua vita. Anche il rapporto con le donne e con la sessualità non è dispensato da angosce, tristezze, dolori, strazianti trasformazioni.
Nel 1892/93 dipinge Autoritratto sotto maschera di donna che dona già un’idea netta della sua posizione e dei suoi sentimenti.
Pubertà (1893) mostra una ragazzina acerba che scopre la sua sessualità; non c’è nulla di idilliaco o romanzato, il clima è tetro e cupo. La luce è diretta e genera un’ombra scura, molto più grande di lei. La ragazzina è nuda e si copre il pube. Sembra quasi evocare quel passo della genesi: “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi”. Lo sguardo fisso verso lo spettatore, quasi atterrito e indifeso di fronte alla crescita inevitabile del corpo e perfettamente consapevole delle tristezze che verranno.
Infatti, non dissimile da questo sguardo è quello della terza donna ne La donna in tre fasi (o sfinge) (1894). Una rivisitazione del classicissimo tema “Le tre età” che Munch interpreta al femminile, confrontando la fanciulla innocente, vestita di bianco, la donna nuda che si offre e uno spettro nell’ombra, vestito di nero. Non sono simili lei e la ragazzina di Pubertà?
Eppure la giovane dovrebbe essere serena, gioiosa all’albore della vita che per lei sta sbocciando. Per Munch non è così: la donna è angelo e demone insieme: amministrando la vita la donna amministra la morte e ne porta tutto il peso.
Abbandonata la fase dell’innocenza, la donna tende a cedersi con lo scoprirsi femmina. E Munch ne offre un’idea inequivocabile, basti pensare a Chiaro di Luna (1903).
L’artista sfiora il blasfemo, realizzando qualche versione di Madonna (1903). Tutta un’altra immagine rispetto alla giovane, candida, pura e casta madre di Dio. La Madonna di Munch è femmina, lasciva, dai folti capelli neri; il suo copro è scabrosamente inarcuato e nudo. Se ancora non fosse bastato, in qualche versione circonda la figura con spermatozoi e “arricchisce” il quadro con uno scheletrico feto, non dissimile dal volto del Grido.
L’immagine dell’uomo Munch in relazione a queste donne è sempre di sconfitto, sopraffatto. La seduzione è percepita come annientamento del maschi; eloquente la tela Vampiro (1893/94), Morte di Marat (1907), in cui le due donne sono carnefici.
In Separazione (1896) è la donna che, leggiadra e bianca, lascia l’uomo in preda alla più cupa disperazione. In Ceneri (o Dopo la caduta) (1894) è sempre l’uomo ad essere rannicchiato su se stesso. Non lo vediamo, percepiamo il letto sfatto, la donna che si riordina e che tradisce uno sguardo pentito, ma l’uomo si nasconde e si chiude in un silenzio autoimposto. Anche i capelli delle donne parlano: avvinghiatori nei momenti di passione e unione, separatori e isolatori nel momento del distacco.
Ma, dopo questa rutilante attività di seduzione e tradimento l’ultimo gradino è sempre la donna vestita in nero, come nel dipinto La danza della vita (1899-1900). Durante la notte di san Giovanni, in Norvegia, è usanza ballare sotto la luce chiara del sole e della luna che si dividono il cielo. Sarebbe un’esplosione vita dopo l’inverno, ma quella ritratta da Munch non è così allegra. Sempre presenti la donna bianca e la donna nera che assistono alla danza: la purezza, l’innocenza e l’anima che tutto ha visto e tutto ha provato. Il contrasto bianco e nero domina tutte le coppie danzanti che potrebbero anche essere felici, non ne vediamo i volti. La coppia centrale è nera, balla ma sembrano due singoli; sono uniti, ma distanti. L’abito rosso della donna è il simbolo dell’età di mezzo, dove tutto è passione, spesso senza sentimenti, come parte di una consuetudine, il tutto proiettato verso la disillusione e la rassegnazione della donna in nero.
Le uniche figure femminili composte, ordinate e non sprigionanti messaggi sessuali sono le sorelle; Munch le dipinge o in ritratti o nelle tele che lui dedica alle morti della famiglia.
Morte nella camera della malata (1895) mostra l’agonia della sorella sommata al dolore dei familiari. Munch è quello al centro di spalle e come lui, i personaggi hanno l’ età che avevano nel momento della realizzazione del quadro, non quando è morta la sorella. La tela è pervasa dal dramma della morte e dall’incomunicabilità del dolore, una coltre di silenzio rumoroso separa i vivi
La madre morta e la bambina (1897/99) riprende lo stesso tema: il quadro è muto, ma il vuoto e il silenzio nato nella bambina sono più rumorosi di qualsiasi frastuono.
Munch si dipinge molto, dai suoi ritratti percepiamo chiaramente la sua tristezza e lo sfiorare della depressione. Uno dei più famosi è Autoritratto con sigaretta (1895) in cui un’illuminazione frontale, mette in ombra tutto tranne la faccia, il polsino, la mano e il colletto. Come se fosse colto da un flash, il volto è colto di sorpresa. Non era così strano, infatti, che Munch si facesse una serie di autoscatti per poi usarli come base dei suoi dipinti.
Ma, se è vero che l’idea è più importante dell’esecuzione e non c’è altra realtà per l’artista che quella interiore indefinita per quanto essa sia. E’ in Autoritratto all’inferno (1895) e Autoritratto a Weimar (1906) che vediamo la sua vera natura. Tribolante tra le fiamme di una vita infernale, che lo prende alla gola con rossa violenza di fuoco. Malato di solitudine, depresso, tendente all’alcolismo, si immagina al banco di un bar solo con i baristi mentre un’aureola rossa lo stacca dal fondo per sottolineare la sua individualità
Nel 1908, in seguito ad un crollo nervoso, venne ricoverato in clinica. Ne uscì un paio d’anni più tardi, facendo della solitudine il suo stile di vita. Non è più una condanna ma una scelta. Questo nuovo sentimento ha la forza di donare un nuovo slancio alla sua pittura.
Nel 1911 realizza Il sole, un fregio commissionato dall’università di Oslo. Egli mostra colori nuovi, mai usati prima. Trasmette piacere dell’esistenza individuale, vista senza prendere distanza da quelle energie e forze universali di cui il sole è simbolo di natura e energia.
Gli spettri non lo abbandonano del tutto, L’assassino nel viale (1919) è molto simile a La vite rossa: un uomo in primo piano che sembra andare via da qualcosa, ma non possiamo fare a meno di guardare al colore molto più luminoso e all’impostazione più ariosa.
In Notte stellata (1924/1925) la veduta è estremamente armoniosa: curve che guidano l’occhio oltre le collina, sormontate di neve. L’atmosfera è pacifica e serena anche se vediamo un’ombra sconosciuta fare capolino alla base del quadro.
Una delle ultime tele è Autoritratto tra letto e orologio (1940/1942). La luce è alle spalle, così come alle sue spalle ci sono stanze piene di oggetti, ricordi e esperienze (fregio di donna nuda). In una postura del tutto diversa, in primo piano, c’è Munch con gli occhi chiusi, quasi pesti. Gli fa compagnia un orologio (simbolo del tempo che passa) senza più lancette ed il letto, fatto, pronto ad accoglierlo.
Morirà nel 1944.
L’espressionismo
E’ la prima corrente d’avanguardia. Il nome evoca immediatamente un’assonanza con l’impressionismo e, contemporaneamente, le differenze. Per questi nuovi artisti la realtà non è qualcosa da guardare o indagare, ma qualcosa in cui calarsi. Ed in questo c’è un attacco all’impressionismo, che ha sempre avuto un’aurea di felicità e spensieratezza che hanno indagato poco negli scheletri borghesi.
“Mai l’uomo è stato più inquieto…ed ecco urlare la disperazione: l’uomo chiede urlando la sa anima, un solo grido d’angoscia sale dal nostro tempo. Anche l’arte urla nelle tenebre, chiama al soccorso, invoca lo spirito: è l’espressionismo…. L’impressionismo è il distacco dell’uomo dallo spirito, l’impressionista è l’uomo degradato a grammofono del mondo esterno. Si è rimproverato agli impressionisti di non portare a termine i loro quadri. In realtà essi non portano a termine qualcosa di più, l’atto del vedere.” (Bahr)
Se volessimo trovare una scansione temporale, diremmo che nasce attorno al 1900/1905 (le tele di Munch realizzate tra il 1880-1900 sono a pieno diritto, però, considerate espressioniste) e muore alle soglie della prima guerra mondiale.
Molte sono le correnti e i gruppi espressionisti, ma le tendenze comuni si possono trovare in:
· Carattere esplosivo;
· Volontà di creare immagini prodotte direttamente piuttosto che sollecitate dal mondo esterno;
· Opposti agli impressionisti;
· Uso del colore violento e antinaturalistico;
· Antagonismo al positivismo e al naturalismo;
· Incuranza della gerarchia della prospettiva;
· Atteggiamento istintuale della pittura;
· Tendenza a deformazione o astrazione.
Il quadro è concepito come una creazione indipendente rispetto agli elementi oggettivi riconoscibili: in tale concezione lo spazio non è un’identità preesistente ed inseparabile dai corpi solidi che sono in esso. La tradizione prospettica rinascimentale, già scossa dall’impressionismo, è sostituita da una proiezione degli oggetti sul piano della tela secondo l’ordine concettuale o un’esigenza psicologica.
Ovviamente, sotto il cappello dell’espressionismo si riparano moltissimi sotto gruppi, nati nell’arco dei dieci anni della sua massima espressione. La prima distinzione da fare è nazionalistica: l’espressionismo si sviluppa quasi parallelamente in Francia e in Germania.