domenica 17 ottobre 2010

2a Lezione - Oscar Claude Monet e gli impressionisti

Oscar Claude Monet (1840-1926)

Per parlare di Claude Monet, comincerei con una frase di Roberto Tassi (saggio “Monet e il 900”) che sembra riassumere la storia artistica del pittore: “Monet è al di la del suo tempo. E’ venuto troppo presto.” E’ vero, perché il suo stile fu difficilemente accettato dai suoi contemporanei e fu un punto di partenza per tutte le correnti moderne. Ma, in che tempo vive e opera Monet?
Nasce nel 1840 in una Francia in cui le tensioni non si sono sedate; solo 8 anni dopo, i moti del ’48 porteranno Napoleone III a proclamarsi imperatore. Artisticamente parlando imperversano i romanticismi classicheggianti di Ingres, quelli più legati al presente di Delacroix e già si respirava un’aria di innovazione grazie al Realismo di Courbet.

Monet si diletta realizzando caricature ed ha anche un discreto successo: La mia reputazione era tale che tutti mi cercavano per chiedermi una caricatura. [...] Se avessi continuato oggi sarei miliardario” dirà parlando di quel periodo. Lo nota il paesaggista Boudin[1] e da lui viene spronato a migliorarsi, abbandonare le velleità caricaturali e di dedicarsi alla pittura vera e propria, in particolar modo ai paesaggi.
Inizialmente Monet non apprezza Boudin, anzi lo considerava sospetto “Per i miei occhi abituati com’erano alle marine di Gudin, alle colorazioni arbitrarie, alle note false e alle fantastiche composizioni dei pittori in voga, le piccole e sincere composizioni di Boudin, con le sue figurette così vere […] i suoi cieli e la sua acqua talmente esatti, disegnati o dipinti come si presentavano in natura, tutto ciò non aveva alcunché di artistico e la loro fedeltà mi colpiva perché per me era più che sospetta.”; se consideriamo cosa è diventato Monet, le sue tele future e il suo percorso artistico questo giudizio è paradossale! Ma, un giorno, andando a dipingere con Boudin i suoi occhi “Finalmente si aprirono ed io compresi veramente la natura, imparai al tempo stesso ad amarla. L’analizzai con una matita nelle sue forme, la studiai nelle sue colorazioni”.
Decide di seguire il consiglio del suo primo maestro, di andare  a Parigi e studiare per diventare pittore. Siamo nel 1860 e Monet approda all’accademie Suisse, fondata da Charles Suisse, considerata ottima per lavorare con dei modelli.
Lo studio viene interrotto dalla chiamata alle armi, partì per l’Algeria ma il desiderio di dipingere non lo abbandonò. Malato, fece rientro in patria e conobbe il pittore Jongkind[2]  che, insieme a Boudin guida la sua passione per la pittura.
Ufficialmente, però studia nell’atelier Gleyre (che chiuderà nel 1864), dove veniva seguita una linea di pensiero molto legata all’accademismo e si considerava il paesaggio un arte decadente. Monet viceversa era affascinato dai paesaggi della possibilità di dipingere la natura vera e si stufa presto. La nota positiva è che in atelier conosce tra Bazille e Renoir, diventeranno amici e si cimenteranno negli stessi temi; decidono spesso di evadere, viaggiare e dipingere la natura vera, senza fantasie e richiami al passato recandosi nelle campagne di Chailly e Fontainbleau (1863), a Honfleur (1864) e a Ruen (1865).
Il 1865 è una anno fondamentale:
·         incontra Courbet del quale diventa amico, il padre del realismo diventerà una guida per lui spronandolo e indicandogli gli errori;
·         suo padre, stufo della sua vita inconcludente, gli toglie il piccolo sostentamento economico. Inizia un periodo di grande fervore artistico ma di povertà quasi assoluta (dividerà lo studio con Bazile, più benestante) che durerà per molti anni;
·         Decide di partecipare per la prima volta al Salon[3], dove presenta:
1.       Foce della Senna ad Honfleur
2.       Punta della Hève con la bassa marea
due quadri di paesaggio molto influenzati da Boudin e Jongkind: Monet si dedica spontaneamente alla natura, alla sua mutevolezza. Propone soggetti a lui cari, luoghi che ha conosciuto dall’infanzia o che lo hanno colpito nei suoi viaggi. E’ particolarmente sensibile al mare ed al cielo, infatti le tele sono marine in cui la luce non è semplicemente limpida, ma realistica, grazie a nuvole studiate e rese alla perfezione alla Constable; la critica infatti lo premia per la sua sensibilità nei valori cromatici.
Per il Salon del 1866 Monet ha in mente un’idea grandiosa sulle orme della Colazione sull’erba di Manet[4], realizzando una tela dallo stesso titolo di cui però non vuole ricalcare il tratto scandaloso o emblematico ma solo la riproduzione della natura, portandola al massimo grado di potenza e intensità. Monet dipinge adottando una novità assoluta: far posare i modelli (Bazile e la sua fidanzata) en plein air, per poter riportare l’esatta luminosità che avvolge i corpi. Courbet, realista si, ma pittore d’atelier lo critica al punto che Monet abbandona l’impresa. Ma il Salon è prossimo e in 4 giorni ripiega su Camille in abito verde; un quadro che ritrae la sua fidanzata nell’atteggiamento naturale di sistemarsi il fiocco.
E’ il quadro più discusso del Salon. Zola dispensa parole di elogio per la tela: “La sua tela rigurgita di energia e verità. Davvero c’è qualcuno con del temperamento, c’è un uomo tra tutti questi eunuchi. Guardate i quadri accanto e vedrete quanto restano mortificati da questa finestra spalancata sulla natura. Qui abbiamo qualcuno che è piùdi un realista, qualcuno che sa intraprendere ogni dettaglio con delicatezza”.
In questo quadro impara bene la lezione di Courbet: Monet era rimasto particolarmente affascinato dalla capacità del realista di rendere i colori molto luminosi grazie ad uno sfondo scuro. Riuscì a dipingere la gonna in un modo talmente veritiero che si attirò il plauso di buona parte della critica. Ma ritroviamo anche l’influenza di Manet nella scelta del soggetto, un ritratto che non ha un motivo apparente: Camille non è ricca, non fa parte della borghesia, non possiamo ricondurre la tela ne al motivo religioso ne ad una sorta di riscatto sociale. Si sta mettendo a posto il fiocco ed è un pretesto sufficiente per Monet, interessato agli effetti della luce sugli oggetti e su tutto ciò che lo circonda.
Non abbandona il tema della pittura en plein air e lo recupera per il Salon del 1867 con Donne in giardino. La modella è sempre Camille, in varie pose e il quadro è totalmente realizzato all’aperto. Monet, per non variare il punto di vista del quadro, si fece scavare una buca allo scopo di farlo traslare e per non alterare la sua posizione rispetto alla parte alta del dipinto. Nonostante Monet volesse la totale naturalezza nella resa dei colori, della luminosità e dei mutamenti di luce, il quadro e la sua impostazione sono stati studiati a lungo e ci vollero varie sedute per ottenere il risultato finale.
Se il primo tassello del suo stile è stato fissato, dipingendo en plein air, quello dell’istantaneità e dell’immediatezza deve ancora essere raggiunto. Il colore viene steso alla maniera di Manet, con  accostamenti di colori e non fusioni, amalgame e chiaroscuri. Le ombre risentono dei colori sottostanti. Il quadro viene però rifiutato dal Salon e Monet precipita di nuovo in guai finanziari. Bazille acquista il quadro per aiutarlo, pagandolo 2500 rate. Quando, dopo anni, Monet volle riacquistarlo dal governo francese, che nel frattempo lo possedeva, dovette sborsare 200.000 franchi!
Monet comincia a dipingere Parigi solo nel 1867 e le dedicherà pochissimi quadri rispetto a tutti gli altri soggetti da lui rappresentati. Descrive i luoghi o situazioni rispettando la loro realtà fisica e se, nelle prime tele, la struttura del quadro è ancora ben organizzata, le pennellate si fanno via via sempre più veloci e il colore usato è spesso puro.
Ma se confrontiamo qualche quadro del periodo con tele più tarde, sempre dedicate alla città di Parigi notiamo sicuramente delle differenze sostanziali, nella composizione, nella motivazione e nell’intento:
Le Jardin de L’infante (1866) e Rue Montorgueil imbandierata (1878), o Boulevard des Capucins (1874) sembrano quasi dipinte da mani diverse. Nel primo quadro la precisione e compositiva è ancora molto forte e, dettagli a parte, le pennellate, seppur veloci e non basate su un disegno, sembrano dare un’idea di ordine rispetto all’esplosione di colori e di indefinitezza del quadro dedicato a rue Montorgueil.
Cosa è successo? In Monet si è insinuata la passione per l’immediatezza, l’idea che il quadro rappresenta un qui e ora preciso, un’ora dopo, con una luce diversa il quadro non è più lo stesso.
1868 Salon con Neve che lascia il porto di le Havre.
Monet dipinge solo en plein air e, molto spesso, realizza gli stessi soggetti dei suoi amici pittori. Una stretta amicizia lo lega a Renoir e celebre è il loro confronto su La Grenouilleire (1867). E’ incredibile come due pittori che facciano parte dello stesso movimento, affrontino il medesimo tema in modi diversi. Ma non potrebbe essere altrimenti, Renoir è molto differente da Monet; è più interessato alla mondanità, alla carnalità, all’umanità ed i suoi quadri ne sono pervasi.
Monet, invece, ancora una volta usa il soggetto per studiare gli effetti della luce su persone, cose e paesaggio. In particolare, la protagonista di questa tela è l’acqua. Ci sono delle persone che si tuffano, altre che parlano all’ombra di un pergolato ma sono solo delle figurine stilizzate e riconosciamo a stento il loro sesso tanto sono di contorno. Monet si concentra sulla realizzazione dell’acqua, sulla resa dei riflessi e sulla trasparenza. Zola dice di lui: “E’ uno dei pochi pittori che sappia dipingere senza stucchevoli trasparenza, senza riflessi menzonieri. In lui l’acqua è viva, profonda e, soprattutto, vera.”
Le sue pennellate sono sempre più veloci e rapide. Ma è incredibile come riesca ad essere sommario ed essenziale in alcune parti del dipinto (uomini) e dettagliato in altre (acqua).
Nel 1870 scoppia la guerra che contrappone Francia a Prussia. Per la Francia sarà una disfatta e segnerà la fine dell’impero di Napoleone III. Molti artisti, Monet compreso fuggono nella vicina Inghilterra. Qui Claude fa amicizia con Pissaro e rimane affascinato da Londra. Le dedica molti dipinti en plein air. Dopo la guerra, prima di far rientro in patria visita l’Olanda che darà nuovi soggetti ai suoi quadri, concentrandosi sui mulini.
Ma, sempre di più i soggetti dei suoi quadri diventano tramite nella sua ricerca di riproporre le sensazioni pure che la natura e gli elementi sono in grado di trasmettergli. Diventa sempre più una questione legata all’immediatezza. Le pennellate si intersecano per dare l’idea delle variazioni cromatiche dettate dalla luce. A questo fine le pennellate si fanno sempre più serrate e i contorni sfumati a vantaggio di effetti cromatici. Questo nuovo ostile non è compreso dalla critica e dal pubblico, per questo Monet e gli altri pittori non riescono a vendere e a imporsi sul mercato.
Decidono di realizzare una mostra in cui esporre e tentare di proporre i loro quadri. Non si sentono parte di un unico movimento per questo si costituiscono come La società anonima di artisti, pittori, sculturi e incisori che espone per la prima volta nello studio di Nadar (35 Bl. de Capucines) dal 15 aprile al 15 maggio del 1874.
Non sarà un successo di vendite come speravano, anzi. Non sarà neanche un successo di critiche favorevoli; il pubblico si divertiva a guardare i loro quadri, ridendo della loro innovativa tecnica pittorica. Questa stravagante mostra passerà alla storia come la prima esposizione degli impressionisti: dal momento che il gruppo giocava moltissimo sull'impressione e la sua realizzazione e che Monet intitolò una delle sue tele Impressione, sole nascente, il loro nome diventa IMPRESSIONISTI talvolta per scherno e talvolta per riconoscimento al loro genio. E’ certo che nessuno di loro aveva l’intenzione di creare un movimento e parlare di pittori impressionisti è solo una convenzione per accomunare artisti che presentano caratteristiche comuni, pur mantenendo la loro peculiarità.
A proposito di Impressione, sole nascente Leroy scrive: "Oh, fu davvero una giornata tremenda quella in cui osai recarmi alla prima mostra [...] Cosa rappresenta questa tela, guardate il catalogo." "Impressione sole nascente." "Impressione, ne ero sicuro. Ci dev'essere dell'impressione là dentro. E che libertà, che disinvoltura nell'esecuzione! La carta da parati allo stato embrionale è ancor più curata di questo dipinto."
Mentre Castagny dimostra di comprendere esattamente lo scopo delle tele dichiarando: "La loro determinazione a non cercare un'estatta rappresentazione della realtà quanto, piuttosto, a fermarsi all'immagine generale. Una volta catturata e fissata l'impressione essi dichiarano di aver fatto la loro parte. [...] se dovessimo definirli dovremmo inventare una nova parola impressionisti. Sono impressonisti nella misura in cui non rappresentano tanto il paesaggio ma la loro sensazione evocata dal paesaggio stesso." E Chesneau "Ovviamente questa non è l'ultima parola dell'arte e neppure di quest'arte particolare. Egli deve raggiungere il punto in cui lo schizzo diventa un'opera compiuta. Ma squilli di tromba per coloro che hanno orecchie per sentire e come echeggiano nel futuro." Un anonimo e crudele sentenzierà: "L'impressione che danno gli impressionisti è quella di una scimmia che si è impossessata di una scatola di colori."
Nessuno dei pittori che hanno esposto da Nadar nel 1874 intendeva creare una corrente unitaria, ma è vero però che in Monet, Degas, Renoir, Pissaro, Boudin, Sisley ecc. ecc. si notano delle assonanze di tema, stile e dettagli.
Critiche positive o negative a parte, avevano creato un nuovo modo di dipingere e concepire il quadro:
·         Il soggetto non è più ciò che conosco ma ciò che vedo. Dal realismo, questi artisti ereditano la sensibilità nel considerare ogni soggetto o situazione degno di essere ritratto ma senza ricalcarne il desiderio di riscatto sociale.
·         La stesura del colore è veloce: così come il nostro occhio non vede mescolanze di colore o finti chiaroscuri, gli impressionisti accostano i colori (anche puri) sulla tela, per fare in modo che sia il cervello a ricostruire le giuste tonalità, per questo le pennellate sono veloci e vigorose, dando al quadro una sensazione di indefinitezza dal momento che il disegno è stato praticamente abbandonato.
·         La luce gioca un ruolo fondamentale, noi vediamo solo ciò che è illuminato e a seconda del taglio dell’illuminazione abbiamo una percezione diversa del colore. Le tavolozze degli impressionisti sono molto accese e perfino le ombre hanno il tono dell’oggetto che le origina, abolendo quelle completamente nere.
·         La pittura è volta alla ricerca dell’immediatezza. Si tralascia la pittura in atelier e si opta per una soluzione più diretta: la realizzazione del quadro en plein air, cioè sul momento e anche all’aperto.
·         Il senso del tempo viene incamerato nelle tele che cercano di interpretarlo. E’ possibile trovare diversi momenti raccolti in uno stesso quadro oppure vedere lo stesso soggetto ripetuto per studiare gli effetti di una luce diversa, in un diverso momento della giornata o dell’anno.
Se vogliamo indagare, troviamo dei temi preferiti e comuni:
·         I paesaggi: sono immagini dei luoghi dell’infanzia o dello svago. Gli artisti si conoscono, si ospitano e viaggiano insieme per questo i temi e i luoghi sono ricorrenti; molto spesso, gli impressionisti si sfidano sul medesimo paesaggio per confrontarsi. Marine, scogliere, foreste e boschi, campagne, prati e valli, specchi d’acqua e giardini sono temi ricorrenti nei loro quadri e sono delle ottime occasioni per lo studio della luce e la pittura en plein air;
·         La borghesia: i nuovi, potenti, ricchi sono il soggetto degli artisti impressionisti che ne realizzano moltissimi ritratti singoli o sociali. I borghesi vivono la Parigi bene, sono spensierati e allegri: i quadri trasmettono questo senso di allegria e ricchezza anche sfruttando i luoghi di aggregazione e, per, questo, un tema preponderante è:
·         Parigi: la città e i suoi nuovi luoghi: la stazione, le caffetterie, i bar, le sale da ballo, i teatri, le vie…la capitale viene dipinta in ogni suo angolo, come sfondo o come protagonista delle tele. Sono questi i luoghi di aggregazione dei borghesi.
·         Ritratti: gli impressionisti si ritraggono e ritraggono gli addetti ai lavori nel mondo dell’arte e della critica. Compaiono tele dedicate ai galleristi, ai mercanti d’arte, agli scrittori che appoggiano questa nuova corrente.
·         Il nudo: sdoganato dai realisti, il nudo smette di essere relegato ai quadri a soggetto mitologico/storico/religioso: diventa lecito realizzare dei nudi contemporanei, riconducibili alla vita di tutti i giorni. Bagnanti, ragazze che si lavano e prostitute spopolano tra i soggetti.
Ovviamente queste sono indicazioni di massima, perché ogni pittore che convenzionalmente si considera impressionista ha i suoi caratteri personali che possono anche entrare in conflitto con gli aspetti sopraccitati:
Degas, per esempio, è molto attento alla forma e realizza i suoi quadri in atelier dopo lunghi studi e sulla base di schizzi presi in situazione reali rielaborati in fase di stesura finale.

I guadagni sperati non arrivano: Monet è in piena crisi economica tanto che sua moglie, in questi anni, morirà per la miseria in cui vivevano, colta da fortissime febbri.
Nel 1876 la società di artisti anonimi decide di organizzare una seconda esposizione , nella quale riescono a vendere un po' di più e Zola consacra Monet a capofila del movimento. Lui espone La giapponese, dimostrando la passione per gli artisti francesi nei confronti dell'arte nipponica che comprano e collezionano. Gli intenti dell'arte degli impressionisti in generale sono chiari e di Monet continua azzardando sempre di più. Nel 1878 realizza un quadro intitolato Rue Montorgueil imbandierata e la giustifica così “Camminavo per rue Montogrueil con cavalletto e colori. La via era pervasa da bandiere, ma formicolava di gente. Scoprii un balcone, salii le scale e chiesi il permesso di dipinere. Mi dissero di sì”. Un impulso incontenibile della rappresentazione di un momento specifico, dell’impressione data da un attimo che non si sarebbe più ripetuto con le stesse caratteristiche; ecco la sintesi dell'impressionismo. Ma c'è ancora spazio per qualche elemento d'innovazione.
Nello stesso anno avrà luogo la terza esposizione e Monet propone una serie di 7 quadri dedicati a Gare st. Lazare. 7 quadri in cui Monet studia le nubi, la nebbia, l'atmosfera densa. Non è certo il primo che realizza un quadro che ha come soggetto una stazione ma, a differenza di Manet o Renoir, il suo scopo non è quello di documentare la vita cittadina, di rappresentare i borghesi in ogni angolo della loro vita, trovando significati reconditi dietro ai nuovi luoghi di aggregazione o di rappresentanza. Dipinge semplicemente i fumi e gli sbuffi presenti in quella location, il soggetto è di nuovo quasi un pretesto.
Il 1879 è l'anno della quarta esposizione, già alcuni storici partecipanti (Renoir) disertano, ritenendosi pronti per un passo successivo: Il Salon. I tempi sono pronti e la critica non è poi così distruttiva. Monet partecipa con 24 tele ma l'anno successivo darà forfait, tentando anche lui di farsi ammettere al Salon, ci riuscirà con una tela. L'era d'oro dell'impressionismo sta per chiudersi, proprio nel momento di suo più alto splendore. Il 7/6/1880 organizza una personale nelle sale della rivista "La vie moderne" in cui vende moltissimi quadri. E, nello stesso periodo, viene organizzata una mostra degli impressionisti a Londra. Nel 1883 muore Manet. Il 1886 è l’anno dell’ultima esposizione e anche se sono passati poco più di dieci anni dalla prima. Infatti, nel corso delle varie esposizioni vennero accolti artisti giovani, come Cezanne, Gaugoin, Seurat e Signac ecc. ecc. questi artisti, partendo dalla scuola impressionista, daranno vita a correnti autonome (i così detti –ismi). Nessuno avrebbe potuto esiste senza la lezione di Monet, ma essa venne imparata in fretta e lasciò presto spazio ad interpretazioni personali e ancora più avanzate
Per esempio, nell’ultima esposizione (1886) espongono anche Seurat e Signac che intendevano dare una base scientifica all’impressionismo. Basandosi sulle teorie di Chevreul[5] relative alla percezione dei colori da parte della retina, Seurat e Signac non si limitarono all’accostamento dei colori, ma scomposero le pennellate in puntini microscopici disposti uno accanto all’altro che, sulla base della teoria dei colori simultanei; venivano captati dalla retina e riassemblati con l’atto del vedere. Il risultato sarà diametralmente opposto alla freschezza e all’immediatezza dell’impressionismo, nonostante il loro intendimento iniziale: le loro tele, infatti, hanno una lunghissima esecuzione, sono studiate in ogni dettaglio, realizzate in atelier e trasmettono un senso di calma e fissità innaturale. Dai loro studi si staccherà uno dei vari
post-impressionismi, il divisionismo o pointinismo nonostante vengano
esposti nel 1886.

Monet archivia l'esperienza delle esposizioni del gruppo e si affida alla Galleria George Petit che organizza una mostra, raccogliendo tutte le sue opere dal 1864. E' il riconoscimento dopo 50 anni di povertà e detrazioni. Finalmente si sente capofila di uno stile riconosciuto ma "La gloria non attenua minimamente la ricerca ininterrotta di una pittura atta a rendere l'immediatezza, l'attimo e soprattutto la stessa luce diffusa ovunque."
Dagli anni '90 comincerà le sue famosissime serie: si concentra su un unico soggetto, dipingendolo con diverse condizioni atmosferiche, in diverse ore della giornata e in diversi periodi dell'anno.
"Dipingevo alcune macine che mi avevano colpito e che costituivano un magnifico gruppo. Un giorno mi accorgo che l'illuminazione è cambiata e dico a mia nuora: vada a prendere un'altra tela. Me la porta, ma poco dopo è nuovamente diversa: Un'altra! e un'altra ancora. Così lavoravo a ciascuna di esse solo quando avevo l'effetto giusto. Ecco tutto.": non sono i soggetti che contano ma tutti gli stadi climatici e luminosi che trasformano incessantemente la loro percezione.
Venne il turno dei pioppi, per i quali adotta un'altra tecnica: si sforza di concentrare la propria visione e di tradurla in un lasso si tempo brevissimo, sette minuti ciascuna.
1892-94 dipinge oltre 50 cattedrali di Ruen. Si trasferisce a Giverny che diventerà piano piano il suo universo, spostandosi sempre meno. Andrà a Parigi una volta al mese e farà qualche viaggio importante: 1895 Norvegia, 1896 di nuovo a Londra, 1908 a Venezia.
La sua casa base è sempre a Giverny e, al di la dei quadri ispirati dai viaggi, si concentra sul suo giardino che costruisce in modo da avera anche un piccolo stagno con ponticello giapponese. L'interesse per la luce nel giardino e i giochi di luce sull'acqua totalizzano la sua attenzione portandolo a realizzare centinaia di quadri solo sulle Ninfee, nonostante i problemi di vista che si aggravavano. Ecco la scansione del suo ultimo, amato e studiato tema:
1897 - prima serie, dei tentativi che verranno dimenticati in atelier fino al 1914.
1899 - Le bassin aux nynphéeas 12 tele + 6 dipinte nel 1990, verranno esposte alla galleria Durand - Ruel. Queste sono caratterizzate ancora da profondità, prende un po' di giardino e di ponte giapponese.
1903: 70 ninfee, compongono la serie dei paesaggi acquatici e rappresentano una novità. Non ci sono vuoti e tutto si amalgama; dipinge l'acqua che, grazie ai riflessi, riesce a dare un'idea del paesaggio circostante. E' un'inversione spaziale tra profondità e altezza. Cielo e acqua si fondono.
1914: le prime ninfee del 1897 riemergono nel 1914 e le riprende; ha in mente un grande progetto: les grand decorations. Dipinge in funzione di questa idea e realizza oltre 50 tele, ripartendo da quelle idee primarie.
1916-1925: Realizza les grand decorations, sono 42. Le tele sono enormi e serve un atelier appositamente studiato per loro, la pittura è libera ed uniforme. Sono il culmine del rapporto natura e pittura, le dimensioni esprimono la grandezza del cosmo. Dipinge tratto per tratto, l'intera superficie è divenuta una creazione e un'immagine unita. Chi guarda si sente avvolto dal colore che domina. Solo una tela fa eccezione, quella esposta al museo Marmottan: i colori sono violenti e sovrapposti, le penellate sono ampie e l'ispirazione è stata improvvisa, ma non bisogna considerarle astratta.
1920-25: altre ninfee, quasi in stile che definiremmo informale, se non fosse che per l'informale vero e proprio dovremmo aspettare 20 anni. Possono a stento essere chiamate paesaggi, la materia pittorica è molto spessa e le pennellate violente sfiorano l'espressionismo. Sono state sicuramente un parto originale e sentito di Monet, altrimenti le avrebbe distrutte come già aveva fatto con altre tele, ma sono state nascoste, non capite e non esposte fino agli anni 50. Le uniche eccezioni sono le enormi tele dell'Orangerie. Monet comincia ad essere superato, mostro sacro della pittura che però cede il passo alle nuove tendenze: Cezanne, Picasso e i vari -ismi sono alle porte. La sua pittura, specialmente l'ultima, viene rivalutata negli anni 40 grazie all'informale. Greenberg dirà: "Cezanne, Van Gogh, Gauguin, Matisse spinsero avanti la rivoluzione della profondità fittizia della pittura. Rimane il fatto che nessuno di loro si battè contro i principi della composizione tradizionale in maniera tanto radicale come Monet nella sua vecchiaia."
Nel corso degli anni a Giverny la sua lente di ingrandimento si stringe, cominciando a dipingere il giardino e finendo, nelle ultime tele, a concentrarsi solo sulle ninfee e sull'acqua, annullando il contorno se non nel riflesso: "L'acqua che ondeggia sul fondo è meravigliosa a guardarla, ma è una follia volerla dipingere. Eppure finisco sempre per appassionarmi". La sua lunga ed intensa carriera artistica finisce con la sua altrettanto intensa vita, nel 1926.
Di se disse: "Non ho fatto altro che osservare ciò che l'universo mi ha mostrato per renderse testimonianza con il mio pennello", queste testimonianze non furono capite per 50 anni e, poi, gli regalarono gloria e fama.
Ora è uno dei pittori più apprezzati, inserendolo in una mostra ne consacrerà il successo....


[1] Boudin: Paesaggista dalla tecnica abbreviativa con tavolozza chiara e raffinata. Le sue opere sono di piccole dimensioni e orizzontali, con linea dell’orizzonte bassa. I cieli sono bassi e vibranti di luce.
[2] Jongkind: pittore olandese. Dipinge paesaggi leggeri e luminosi. Amico di Boudin.
[3] Salon: era l’esposizione artistica più importante dell’anno, organizzata direttamente dallo stato, che permetteva agli artisti una grande visibilità. Per esporvi, bisognava essere allievi dell’Accademie des beaux arts oppure di atelier da essa riconosciuti come validi. La critica raggiungeva il pubblico in maniera capillare: le elite attraverso critici d’arte di professione e il popolo grazie a scrittori e giornalisti (come Zola); la loro opinione influenzava moltissimo i visitatori.
Molto spesso, qualche artista creava dei veri e propri scandali con i quadri esposti e i rifiutati ottennero presto una visibilità nonostante l’esclusione dal Salon ufficiale: nel 1855, Courbet allestì un suo padiglione personale, il padiglione del realismo, e nel 1863 Napoleone III fu costretto ad allestire un padiglione appositamente creato per i Refusés.
Nonostante questo, ogni artista, per controcorrente che sia, tenterà di farsi accettare al Salon: esporre le proprie opere in quel contesto significava venire effettivamente riconosciuti come “pittori”.

[4] Colazione sull’erba: Quadro rifiutato al Salon del 1863, creerà grande scalpore durante l’esposizione al parallelo Salon des Refusés
[5] Michele Eugene Chevreul (1786-1889) era un chimico di fama, che nel 1824 venne incaricato da una grande azienda di tessuti, la Gobelin, di occuparsi dei problemi relativi all'uso delle tinture industriali sui tessuti. 
Studiando le combinazioni di colori sui capi prodotti dalla Gobelin, Chevreul si accorse che certe tonalità di rosso, se venivano accostate al verde risultavano vivaci, mentre se accostate al giallo tendevano ad essere più spente. 
Chevreul si rese conto, insomma, che due colori accostati tra di loro tendevano a tingersi l'un l'altro del corrispettivo colore complementare. Vide che il giallo tendeva a colorare di un blu violaceo i colori vicini: il rosso di un verde tendente all'azzurro, il blu di un giallo aranciato.
Il cerchio dei colori di Chevreul
Dall'osservazione e dallo studio di questi fenomeni Chevreul formulò la famosa legge dei contrasti simultanei che dice che: "Due colori adiacenti, vengono percepiti dall'occhio in modo diverso da come sono realmente" (quando vengono guardati isolatamnete su uno sfondo neutro). Il fenomeno dell'influenza reciproca dei colori era stato studiato in precedenza da Goethe, sebbene non in modo sistematico come fece Chevreul. 
Chevreul realizzò un cerchio dei colori in cui erano riportate 72 sfumature di colore alla loro massima saturazione, tale strumento avrebbe dovuto aiutare chi per mestiere si trovasse a lavorare con i colori (pittori, tintori di stoffe). Attraverso questo cerchio è possibile trovare immediatamente il complementare di ogni colore individuabile nella parte opposta del cerchio.

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